Appartenenza all’Essere Umani

Venerdì 9 marzo e sabato 10, a Bologna, si è tenuta una sessione d’esame per l’ammissione all’Associazione Italiana di Counselling Aico.

Ero lì, ho partecipato sostenendo l’esame. Qualsiasi esame abbia fatto nella vita ha sempre tonalità emotive diverse, ma questo esame in particolare ha avuto un valore, un colore e un’emozione che non avevo sentito prima.

Ma andiamo con ordine.

Cos’è il counseling?

Molte persone me lo chiedono ed è più che comprensibile, essendo poco conosciuta in Italia la cultura di questa professione.

La definizione che l’Aico da del Counselling è quella che descrive un “processo di apprendimento, attraverso un’interazione tra Counsellor e cliente, o clienti (individui, famiglie, gruppi o istituzioni), che affronta in modo olistico problemi sociali, culturali e/o emozionali. Il Counselling può cercare la soluzione di specifici problemi, aiutare a prendere decisioni, a gestire crisi, migliorare relazioni, sviluppare risorse, promuovere e sviluppare la consapevolezza personale, lavorare con emozioni e pensieri, percezioni e conflitti interni e/o esterni. L’obiettivo nel complesso è di fornire ai clienti opportunità di lavoro su sé stessi, nell’ottica di raggiungere maggiori risorse e ottenere una maggiore soddisfazione come individui e come membri della società”.

Il counsellor che aderisce a questa associazione è un operatore d’aiuto in tutte quelle situazioni che hanno a che fare con relazioni umane, da quelle professionali a quelle interpersonali fino a quelle con se stessi.

Spero di aver fatto un pò di chiarezza e con questo punto chiaro, arrivo a me..

Sono counsellor da novembre e da qualche giorno faccio parte di questa associazione. In Italia ne esistono diverse, ogni professionista può scegliere a quale aderire e se aderire. Io ho scelto di iscrivermi a questa per diverse ragioni.

Una delle cose che mi ha colpita è che il processo è finalizzato ad “Aiutare la persona ad aiutarsi”. In questa frase ho trovato la comodità per una parte di me, quella che da sempre non ha gradito i consigli, che si sentiva stretta quando gli altri mi proponevano le soluzioni perché non le sentivo mie: con questo approccio quello che faccio è proprio aiutare le persone a trovare la propria soluzione, a trovare la propria direzione, la propria modalità o la propria strada. L’idea è proprio di fare un processo, di costruire una relazione che possa aiutare la persona a sentirsi meglio, trovando una modalità più autentica di stare. Si tratta anche di lasciare e restituire all’altro il protagonismo della propria vita, aiutarlo a ricontattare questo senso di possibilità di agire.

Io in questo approccio ho trovato una modalità per essere autentica, per sentirmi me stessa.

E quindi ho fatto l’esame.

Concretamente ciò significa che ho partecipato a due giornate in cui l’esame e la valutazione rispetto le nostre competenze sono state il filo rosso a connettere tutto, ma il contesto era fatto di apprendimento, di emozioni e condivisione.

Da quando ho finito, da quando sono parte di questa Associazione, mi sono ritrovata a pensare a cosa significa davvero il termine appartenenza e mi accorgo di quanto sia difficile spiegarne il significato in poche parole, anche cercando tra le parole di qualcun altro scritte su un dizionario non riesco a trovare nulla che colga il senso che io le attribuisco. Cercando nelle parole cantate, nelle poesie delle canzoni ho ritrovato questa.

“L’appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un’apparente aggregazione
l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé
L’appartenenza
è un’esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.
Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.”

Gaber, Canzone dell’Appartenenza

Gaber in questa canzone, mi fa sentire di non essere proprio fuori strada, sento una certa appartenenza al suo concetto di appartenenza. E sorrido mentre mi accorgo di quanto sia magico.

Appartenere infatti è davvero tanto diverso da possedere, è un sentimento docile, è la sola condizione che permette la crescita di un legame all’interno di un rapporto, contiene in sé il potere della scelta. È oltre. È sano ed ecologico per noi.

Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese,
non sei tenuto a venerare il posto dove vivi,
ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro.
(Philiph Roth)

È un senso di ricchezza, di uno spazio più grande di noi, contenuto in noi. E’ appartenenza quella sensazione che si prova quando si torna a casa dopo un viaggio, è quello che si sente in un abbraccio conosciuto, nelle braccia di qualcuno a cui tieni. E’ appartenenza quella che fa sentire vivo il dilemma del tortellino, tanto conteso tra Modena e Bologna. E’ appartenenza quello che si sente in qualche fortunato incontro, guardandosi negli occhi.

E mi accorgo che nel weekend appena trascorso mi son sentita di appartenere, ho sentito di essere in una compagnia fatta di presenza e densità nell’esserci. La cosa che forse più mi ha colpita è stata proprio la scelta: la scelta che mi ha portata ad iscrivermi e ad essere lì, con tutta la mia presenza. È stata una scelta consapevole e che parlava di me, di quello che davvero voglio e non era solo un dovere.

Scegliere di appartenere, scegliere di diventare parte e farlo davvero fa sentire vivi, come dice Gaber.

In un momento come questo, dove le persone sono sempre più isolate e avere contatti umani è diventato così complesso trovare questo senso è parte di quello che voglio per me e che cerco nelle cose che faccio: condivisione di valori, credenze o per lo meno di intenzioni.

E in queste due giornate di esame, mi sono sentita a casa. Mi sono sentita appartenente a un gruppo più grande, legati dalla stessa intenzione, ognuno con il suo stile, il suo pensiero e il suo modo di essere. Ma tutti portati verso una causa comune. Aiutare ad aiutarsi.

Penso che questo senso si possa trovare quando siamo in contatto con noi, quando ci ascoltiamo e siamo quindi capaci di sentire e non solo di capire; quando sentiamo l’effetto di quello che accade, sentiamo l’effetto che ha su di noi: è partendo dal contatto con noi che possiamo scegliere di appartenere. È quando c’è contatto umano, quando le persone sono persone e non solo il ruolo lavorativo che ricoprono, quando ci si mette in gioco con la voglia di scoprirsi.

Appartenenza è quando siamo Umani, e ci ricordiamo di esserlo.

E con questo spirito, come dice Gaber  “Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.”

È un po’ questo che fa di Destinazione Umana una rete diversa, un far parte di qualcosa, far parte del nostro essere Umani,  “con l’aria più vitale che è davvero contagiosa“.

Vuoi scoprire cosa significa per noi “Lavorare ipirati”, dai un’occhiata qui.

Già il suo nome dice molto, è uscita dagli schemi il giorno stesso in cui è venuta al mondo. Laureata in Psicologia, un percorso da Counselor concluso ma sempre aperto e il coaching in via di sviluppo. Mossa da sempre dalla voglia di ascoltare, dal desiderio di condividere, di conoscere l’altro e il mondo, fotografa, scrive viaggia. E nel frattempo si sposta dalle convinzioni troppo strette e si impegna a guardare il mondo con occhi cangianti. Ama i viaggi on the road e i luoghi nascosti perché “La mappa non è il territorio”. Disordinata con gli oggetti, ma attenta quando si tratta di persone e parole, all’interno di Destinazione Umana si occupa della Consulenza al Viaggiatore.