La Lettonia trasforma un viaggio di lavoro in magia (Parte 3)

Il lunedì libero inizia con taxi per il Museo Nazionale, consigliatoci tanto da tutti, e il suo portone chiuso, per poi renderci conto alla pasticceria di fronte che, appunto, è lunedì e tutti i musei della città sono chiusi. Il nostro unico giorno intero disponibile – email di lavoro a parte – e fuori regnano solo il ghiaccio e la neve di nuovo abbastanza alta.
Così, ci facciamo indicare il centro storico e lo raggiungiamo a piedi attraverso un parco bianco accecante come l’avevo visto solo da bambina del libro della fiaba di Andersen, La Regina Delle Nevi.

Foto di Sonia Serravalli

 

Attraversiamo anche un ruscello pieno di anatre, in mezzo a cumuli di neve, prima di imboccare finalmente la strada pedonale per il centro. Pub e locali vari sono bellissimi, le case colorate, i tetti spioventi a punta e vedo uomini che spalano chili di neve in piedi sui tetti piatti dei palazzi più alti e li gettano disotto.

A un ristorante abbiamo la conferma definitiva che i tempi dei servizi lettoni sono molto, ma molto lenti: ormai ci è capitato con i taxi, con le ordinazioni al ristorante e nei negozi. In viaggio non si finisce mai di imparare, come bambini: ero convinta che la velocità sul lavoro fosse direttamente proporzionale al grado di “nordità” del paese sul mappamondo, ma ho scoperto qui che sopra la Germania tutto si rallenta e hai l’impressione che sia il gelo, allo stesso modo del caldo dal sud Italia e Spagna in giù, a rallentare i riflessi e le inclinazioni.

Un altro mistero della giornata è che pare che nessuno dei locali conosca i musei di Riga e che, alla mia richiesta di indicazioni, o si stringono nelle spalle o mi mandino addirittura nella direzione opposta, facendomi perdere un’altra mezz’ora nel freddo, sognando un museo tutto il lunedì, che o sarebbe stato chiuso o, se aperto, non avrei mai trovato. Si vede che doveva andare così, in compenso ho visto e fotografato vie bellissime e chiese e case meravigliose, mentre mi tempravo nel freddo secco.

Non mi sono mai piaciuti i centri commerciali, ma in centro a Riga ne trovo uno talmente elegante, apparentemente ricavato da una struttura antica e con una sua personalità, che mi assorbe – anche per scaldare le ossa. Il centro commerciale Galattico. Dopo aver salito una scalinata principesca, dal secondo piano vedo Irina al piano terra, nella galleria centrale, che mi cerca per un ultimo saluto. La chiamo come se fossi in un vicolo di Napoli, facendo girare tutti. Da quel momento, io e Irina faremo venti minuti cercandoci su e giù tra il piano terra e il secondo piano, con le stesse persone sedute che ci guardano allibite passare a ripetizione, mentre inseguiamo messaggi Whats App in cui una dice all’altra “sono al secondo” e “io sono giù”. Finalmente riusciamo a salutarci e subito dopo ho la fortuna di trovare un taxi lì davanti per tornare in hotel appena all’arrivo del buio.

Foto di Sonia Serravalli

 

E poi, è già il giorno del ritorno e non so che sarà di nuovo una giornata piena di sorprese, emozioni, visioni e tanto materiale da scrivere. Il primo pensiero al risveglio è che vorrei un’altra notte sopra quella visione di nevi incantate.
L’ultima mattina dopo la colazione, mi precipito di nuovo su un taxi nel tentativo di vedere almeno un museo prima di partire. Scelgo per primo il Museo dell’Art Neuveau, in un quartiere tutto in Jugendstil che è un museo esso stesso per le facciate delle sue case. Uno spettacolo per gli occhi, e sempre mezzo metro di neve mentre continua a venire giù. Il museo mi pare deludente per la sua dimensione, ridotta a un solo grande appartamento, ma la sua storia mi affascina: si tratta della dimora dell’architetto Konstantin Peksens, vissuto qui circa cento anni prima, in cui sono originari di allora i termosifoni, le porte le finestre e perfino i colori e le decorazioni delle pareti, solo riprese dal restauro.
Si entra in una sorta di macchina del tempo, visitando la sala da pranzo col tavolo imbandito nello stile di una famiglia nobile che si rispetti, poi la cucina, con la sua stufa in ghisa, la dispensa con tutti i suoi vasi e otri di vetro riposti su scaffali di legno e, scopro, una mini cameretta da letto (quasi una cuccia) per la donna di servizio, collegata alla cucina e vicino alle scale d’ingresso, per fungere anche da “cane da guardia”…

Uscita di lì, nella nevicata continua, impiego ben mezz’ora per trovare un taxi, tempo in cui parlo con le persone che incontro e finisco perfino dentro all’Ambasciata Israeliana, credendo che fosse un hotel…

Poi, visito la cattedrale. Chiedono tre euro d’ingresso e si tratta dell’interno di cattedrale più brutto mai visitato: praticamente un cantiere di restauri. Per fortuna, vale quella visita il chiostro che vi si apre a lato, dove per poco non muoio di freddo a forza di scattare foto ai ritrovati antichi e alle volte sulla corte centrale. Chiedo alle donne della biglietteria se sanno perché il museo lì a lato sia chiuso e la risposta che ottengo, oltre a una stretta di spalle, è: “Mah, chissà. Forse apre dopo. Forse apre domani…” Se non ci fosse mezzo metro di neve fuori, giurerei di essere in Messico.

Esco con una voglia di esplorare che fa fatica ad esaurirsi nonostante la neve. Per scattare foto alle vie, al forno più antico, a uomini che spalano la neve rischiando la vita dall’alto di tetti spioventi, non indosso i guanti e mi rifugio in un bar solo quando sono vicina a piangere dal dolore alle mani.
Ritrovare un taxi dal centro sembra di nuovo un’impresa e nessuno me lo vuole chiamare, oltre che continuano a mandarmi “sempre dritto” dove non trovo nessuna vettura. Le indicazioni datemi dagli abitanti di Riga sono state tra le più vaghe e imprecise di tutti i miei viaggi. E continuo a constatare una lentezza nel fare le cose che in parte mi rincuora, al pensiero che il gelo abbia preservato questi lembi d’Europa dallo stress del Duemila.
Mi aiuta un uomo bello e simpatico che dice di non conoscere il centro della sua città perché sta più a Milano che lì – anche se non parla italiano: così io gli indico un ristorante che lui non trovava e lui mi aiuta a trovare un taxi. Non c’è navigatore o tecnologia che tenga: la trama di ogni viaggio e la tua stessa salvezza è sempre stretta nelle mani dei passanti e degli incontri pronti sulla tua via.

 

Foto di Sonia Serravalli

 

In hotel abbiamo già liberato la stanza e il mio capo lavora nell’ufficio lasciato in dotazione per gli ospiti dietro alla hall: un confetto morbido che ho avuto modo di utilizzare il giorno prima, per stampare i biglietti del volo. Una scrivania con computer e stampante e due poltrone tra le abatjour, con carta da parati da casa di bambole. Mi accomodo in un angolo come un gatto e lavoro nel semibuio accendendo in sottofondo la musica di Gregory Alan Isakov. In certi momenti tutto sembra perfetto, armonico e predisposto per te. In certi momenti sembra non poter esistere la possibilità di cadere, di deragliare fuori da binari in cui tutto scorre liscio come l’olio e una guida superiore garantisce la tua corsa e il tuo volo senza possibilità d’errore, perché in certi momenti lo sbaglio o il dolore sembrano non essere nemmeno contemplati nell’universo.

Amore. Sempre e ovunque. In tutto quello che fai. E il mal di stomaco passa, quelli che incontri diventano tuoi compagni di viaggio e la luna cresce.
Riposa in pace, Leonard, che non sapevo mi avessi ispirato tu quella canzone per una sera, in quell’indimenticabile stanza al settimo cielo sopra il fiume della capitale lettone.
E grazie, Riga, per il tassello di mondo magico che hai aggiunto al mio.

Sonia Serravalli 

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Sonia Serravalli | Photo-Poetry Sonia Serravalli


Gli articoli in questa rubrica sono pagine di diari di viaggio o di “diari segreti” mai pubblicate  e vogliono rappresentare un punto di vista diverso sul viaggio: quello del succo interiore, della ricerca del sé e della sua comprensione, pagine di riflessioni e di confidenze, di sensazioni e tentativi di introspezione, a volte dolorosa, a volte esaltante, ma sempre illuminante. Il tutto innescato proprio dal contatto con realtà diverse all’esterno da sé, modelli al di fuori dal nostro cristallizzatoci addosso: ossia ciò che di più fondamentale offre ogni viaggio.