La Lettonia trasforma un viaggio di lavoro in magia (Parte 2)

La sera, su consiglio della hostess russa Irina, andiamo tutti e tre insieme – lei, il titolare ed io – a mangiare la pizza in un ristorante italiano in centro. Un posto di quelli da ricordare e consigliare ad altri: Casa Nostra, vicino al centro, del signor Adriano.

Ci accoglie un cameriere sorridente e simpaticissimo, spiritoso e solare, Olev, che parla un italiano perfetto. Scopriamo poco dopo che è lettone ma ha un trascorso in Italia simile al mio in Egitto, sia per durata che per coinvolgimento emotivo verso un altro paese in cui ci si è sentiti a casa. Olev, come tanti altri locali, ci prende in giro per il nostro intirizzimento, dicendoci che questo non è freddo, il freddo arriverà quando ci saranno costantemente meno venti e ora è solo novembre. Ridiamo – anche se mi inquieta sempre l’idea che esseri umani possano vivere in queste condizioni e non oso immaginare come fosse in passato.

Mandiamo in crisi Olev richiedendo i piatti più semplici che si possano immaginare (una pasta al pomodoro e due marinare con rucola), ma siccome piatti tanto poco elaborati non rientrano nel menù, il povero cameriere torna due volte e poi ci manda addirittura lo chef per accertarsi di aver capito bene. Mi aspetto che la volta dopo arrivi il proprietario in persona… Infatti, arriva, ma alla fine.

Il signor Adriano è un personaggio davvero particolare, di quelli che, un po’ come me e il mio titolare, hanno vissuto duecento vite in una e si sta cimentando nel viverne un’altra, del tutto diversa, di nuovo, dalle precedenti. Ci raggiunge al tavolo quando abbiamo finito di cenare, ci chiede perché siamo lì e sentendo parlare di business, inizia un discorso interessante su tutte le possibilità di commercio che offre questo paese, come in un documentario che sarebbe finito di lì a una buona mezz’ora dopo.

Impariamo una marea di cose. Soprattutto Adriano ci tiene a insistere sulla purezza di questo paese, il suo essere da sempre biologico e privo di inquinamento o veleno di qualunque genere e la sua vita “tranquilla”, parola che ripeterà decine di volte. Lui ha vissuto tanti anni in tante città d’Italia, è stato antiquario dieci anni a Roma e poi ha svolto un’altra infinità di mestieri e, come se non bastasse, prima di scegliere Riga ha approfondito molto la conoscenza di tanti altri paesi nell’est europeo e asiatici attorno dalla Russia alla Cina, di quelli che la maggior parte degli italiani sa a malapena dove si trovino e di cui spesso sbaglia perfino il nome.

Adriano passa dai discorsi sulle possibilità di affari in Lettonia alla storia di quel paese, la sua ancestralità di cui non avevo idea, la sua terra incontaminata, l’antica tradizione di erbe officinali e medicina antica e riti pagani esistiti da sempre fino all’avvento del Cattolicesimo con i Templari. “Prima di loro”, dice, “di qui erano passati solo i Vichinghi.” Dice che prima di decidere di venire in Lettonia, aveva serbato nella mente un paese dei sogni ed era il Kyrgyzstan. Lo ascoltiamo con interesse parlare di tutta quell’area, da lì alla Georgia, che gran parte degli italiani non conoscono minimamente.

Ci dice che il Kyrgyzstan era un piccolo paese di gente in gran parte nomade, pura e talmente docile e semplice, che quando una persona voleva fare l’amore si metteva all’occhiello un fiorellino blu e trovava la sua compagna quando incontrava una donna che aveva fatto lo stesso. Era sulla via della seta e gran parte dei suoi abitanti erano buddisti, persone miti e trasparenti. Lo ascolterei per ore, mi sembra di entrare in un mondo incantato e fuori e dentro sembra già Natale. Ma poi il paese dei sogni di Adriano è stato avvelenato, sciupato e completamente snaturato dall’arrivo della base militare americana sul suo territorio (2002, secondo le mie ricerche). E oggi non ci sono più persone che scendono in strada con un fiorellino blu per fare l’amore.

Da quando chiediamo il conto e il taxi a quando riusciamo ad uscire passa oltre un’ora. Olev mi saluta col suo sorriso accattivante dicendomi, col cuore sanguinante che conosco bene di chi ha vissuto più case nel mondo: “… e salutatemi l’Italia!”

Dopo quella giornata piena e mezzo metro di neve fuori, si dorme come ghiri e io comincio a chiedermi, a due notti dalla ripartenza, come farò a fare a meno di quella vista aerea fiabesca fuori dalle mie pareti, la notte e la mattina.

Con quello sfondo, in camera, ascolto ripetutamente la canzone “One of us cannot be wrong” di Leonard Cohen. Trovo che crei un’atmosfera struggente straordinaria, sulle stesse corde del panorama e per una sera non riesco a sentire nient’altro. Non avrei mai immaginato che in quel momento forse l’anima di Leonard era passata da Riga ad accarezzarmi, perché avrei scoperto appena la mattina dopo che era volato su una stella (7 novembre 2016).

 

 

(Segue…)

Sonia Serravalli 

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Gli articoli in questa rubrica sono pagine di diari di viaggio o di “diari segreti” mai pubblicate  e vogliono rappresentare un punto di vista diverso sul viaggio: quello del succo interiore, della ricerca del sé e della sua comprensione, pagine di riflessioni e di confidenze, di sensazioni e tentativi di introspezione, a volte dolorosa, a volte esaltante, ma sempre illuminante. Il tutto innescato proprio dal contatto con realtà diverse all’esterno da sé, modelli al di fuori dal nostro cristallizzatoci addosso: ossia ciò che di più fondamentale offre ogni viaggio.