La Lettonia trasforma un viaggio di lavoro in magia (Parte 1)

Usciti dall’aereo, appena atterrati a Riga, io e il mio titolare, ci accolgono i primi fiocchi di neve della stagione e un’aria secca, frizzante, incontaminata. La prima impressione, che durerà poi per tutto il tempo della permanenza, è quella di trovarsi in un clima e in un’ambientazione montani in un paese che è tutto pianura.
Arriviamo all’hotel che è già sera e ceniamo nel ristorante interno, un luogo incantato al nono piano con una vista spettacolare, così come quella della mia camera, al settimo, con lo skyline del centro storico della capitale e dei suoi portentosi ponti illuminati sul Daugava.

L’hotel è situato su un’isola nel mezzo del fiume della città (Kipsala), un luogo intenso dal nome di formula magica, sotto la patina della modernità di oggi, che rimarrà impresso per sempre nella mia esperienza come un posto speciale. Qualcosa che quando si viaggia per lavoro capita molto di rado. Come se elfi e folletti si fossero nascosti appena dietro l’angolo del presente. Non credo sia un caso la sua posizione insulare, in qualche modo mistica, né il fatto che la mia camera sia al settimo piano, numero alquanto significativo nella mistica di tutti i tempi.

Ho dormito al settimo piano due volte in vita mia, di cui la prima sul Mare Adriatico, ed entrambe le volte si sono verificati cambiamenti personali miracolosi dalla sera alla mattina e nei giorni attorno. Forse dovreste provare 😉

Prima di andare a dormire, rinunciamo all’idea di fare anche solo due passi, cosa che vista la temperatura di meno uno e l’inizio del nevischio ci sembra normale. Non sappiamo che quella sarebbe stata la nostra unica e ultima possibilità di camminare sull’asfalto, prima che venisse sepolto sotto quasi mezzo metro di neve per i giorni a venire. La mattina dopo, infatti, allo scostare le tendine scure, mi accoglie la luce di una copertura di neve impressionante. Su quelle che erano strade, solo bianco e auto che sgasano lottando per liberarsi da quella morsa dopo la notte gelata, spesso poi rinunciandovi.

Trascorre poi per noi una giornata in fiera per lavoro, con il delirio rituale di una cena a buffet la sera, tra odierne grandame e agenti di commercio esausti e brilli provenienti da tutta Europa.

Nonostante il vino della sera, la seconda mattina mi sveglio spontaneamente alle sei e mezza, appena in tempo per Riga che mi presenta davanti uno spettacolo esclusivo mozzafiato di oltre un’ora, dalla nebbia all’alba, il bianco, il rosa e poi il roso dorato. L’Islande Hotel è decisamente un posto particolare, che non dimenticherò, perché pur nella sua natura di alloggio per persone d’affari, riesce, con il suo scrittoio in camera, la sua moquette e le amplissime finestre sul ben di Dio del fiume nordico e dei suoi ponti, ad offrire un ambiente poetico, intimo, da nido per scrittori. Né scorderò i battiti improvvisi di passeri e di merli sui bordi delle finestre del settimo piano, con tutta Riga innevata dietro, sullo sfondo delle albe. Sanno di vita, di ricerca, di messaggi.

Faccio yoga davanti all’enorme finestra dell’alba. Sullo sfondo i ponti del fiume di Riga e gli alberi ghiacciati, così belli da sembrare finti.

L’hotel è strapieno di persone in viaggio per lavoro, per via della fiera, in più mi dicono che la città è congestionata per l’arrivo in città del primo ministro cinese, che sta stringendo oggi i primi rapporti commerciali con quest’ultimo avamposto di purezza dimenticato da Dio per venire a inondare anche questa piccola terra dei propri prodotti, con un ritardo di oltre dieci anni rispetto al sud Europa. Per scendere o salire alla stanza spesso mi piace prendere le scale, per osservare il panorama e i merli e i corvi dalle pareti a vetro. Ma quando salgo in ascensore, a ogni piano ci ferma qualcuno per salire e ci augura buongiorno in una lingua diversa. Ora del piano terra, siamo così stretti che non ci entrerebbe più nemmeno un gattino e come lingue udite o parlate ci manca solo l’esperanto.

L’aria è sempre pulitissima, si respira come si beve a un ruscello di montagna.

Quando nell’arco della giornata in fiera mi metto d’accordo con la nostra hostess russa su dove trovarci la sera (anche se di Riga ho visto solo quella via), sentendomi nominarle con tanta familiarità l’hotel e il centro commerciale, ho l’impressione di essere lì da un tempo indefinito, molto più lungo di due giorni. Dopo questo episodio, camminando lungo le corsie della fiera, in mezzo a mascheroni, drag queen e make up artist, penso a come il viaggiare frequentemente renda repentino l’adattamento e rapida una forma temporanea di integrazione, che ti fa sentire a casa ovunque, vicino a tutti, mai perso.

(Segue…)

Sonia Serravalli 

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Gli articoli in questa rubrica sono pagine di diari di viaggio o di “diari segreti” mai pubblicate  e vogliono rappresentare un punto di vista diverso sul viaggio: quello del succo interiore, della ricerca del sé e della sua comprensione, pagine di riflessioni e di confidenze, di sensazioni e tentativi di introspezione, a volte dolorosa, a volte esaltante, ma sempre illuminante. Il tutto innescato proprio dal contatto con realtà diverse all’esterno da sé, modelli al di fuori dal nostro cristallizzatoci addosso: ossia ciò che di più fondamentale offre ogni viaggio.

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