Epifania surreale in una frazione abruzzese dimenticata da ogni Dio

Mi sto recando in treno dal nord in una frazione fuori L’Aquila a trovare un caro amico malato che non vedo dai tempi dell’Università di Bologna, almeno dodici anni fa. B.
Arrivo a Pescara dopo un viaggio attraverso sparute località di mare in stile Anni Settanta. Qui B. e un signore suo amico mi sarebbero venuti a prendere in auto. Dopo ore di cieli blu e meraviglioso mare ondoso, mi coglie una bufera di neve orizzontale da far stupire perfino la signora russa seduta vicino a me in treno.

Con B. e l’amico facciamo fatica a trovarci, perché io non oso uscire dalla stazione e loro non osano mettere il naso fuori dalla macchina. La cosa eclatante è che, per la prima volta in vita mia, assisto a una nevicata con lampi e tuoni, come un temporale estivo contemporaneo a una bufera invernale. Deve essere l’effetto di B. o dell’incontro delle nostre due anime raminghe. Siamo sempre rimasti collegati. Come altre anime preziose, lui è un’anima-perla della mia collana.
Finalmente, dopo una lotta con la bufera, ci incontriamo. Trovo B. molto meglio di quel che avrei pensato. Lui pare non invecchiare mai. È stato uno dei miei primi maestri nell’introduzione di esoterismo, spiritualità e poesia (termini che ritengo tutti sinonimi) e rivedendolo, mi torna l’impressione, identica ad allora, che abbia fatto un patto con il diavolo, o meglio con qualche dio, e che sappia cose che tace. In compenso, non lo ha risparmiato la sclerosi multipla, ma lui la combatte da allora e da prima come ho visto combattere poche persone, film inclusi.
Da Pescara alla frazione dimenticata da Dio oltre L’Aquila a cui siamo diretti, tra traffico e neve, ci mettiamo oltre due ore a percorrere centocinquanta chilometri. Io e lui iniziamo discorsi che il guidatore non può capire e mi chiedo cosa pensi. Oltretutto, io vegana e B. vegetariano, viene fuori che il suo amico non solo mangia carne a ogni pasto, ma lo fa con la voracità e la selettività di un carnivoro: teste d’agnello, lingue di bue e non voglio sapere che altro. Quando lui o altri in quei giorni ci chiedono straniti se noi non mangiamo carne, B. risponde zittendo tutti: “Solo di zebra”. D’ora in poi farò altrettanto.

L’Aquila, in cui oltre dieci anni fa lo stesso B. mi aveva mostrato le novantanove fontane e novantanove chiese, ora dopo il terremoto è dominata da molte più gru che campanili. Ci fermiamo in un posto che chiamano “il motel” per chiedere di un pullman che mi riporti al treno di Pescara due giorni dopo, ma le tabelle degli orari che ci indicano risalgono al 2013, mentre la signora alla reception non sa né a che ora quegli autobus arriverebbero sulla costa, né dove fanno fermata. Mi affido al destino e agli angeli dei viaggiatori e decidiamo di informarci in internet il giorno dopo o al numero verde delle linee di autobus. Tutte fonti che si sarebbero rivelate bloccate o obsolete.

Tra stradine nella neve sotto il Gran Sasso e il sole che va e viene e che ci sta abbandonando, arriviamo finalmente nel grande appartamento dell’amico. Fuori c’è appeso un cartello con la scritta “affittasi o vendesi” e dentro la casa è fredda. Man mano che mangio il giorno, si assume come un sapore il fatto che con B. tutto è precario e in trasformazione – non tanto dissimilmente da me, per cui non mi stupisco più di tanto. Il suo animo punk e anarchico di un tempo esce come un profumo da tutte le cose che dice e che fa, quando ad esempio scopro lì che ancora fuma qualche sigaretta e che beve anche vino nonostante i suoi malanni. L’amico lo aiuta a passare dal sedile alla sedia a rotelle, ci infila dentro casa e se ne va.
Le pareti sono piene di quadri pieni di storie che rimandano all’alchimia, ai Rosacroce, agli Egizi e ad altre chiavi nel tempo.
B. è comparso nella mia vita in due momenti di svolta, prima e adesso, e mi rendo conto parlando, alla volta del pomeriggio, che non è un caso che ciò avvenga proprio a cavallo di un giorno tanto significativo come l’Epifania. C’è di sicuro altro che devo capire e sento che sono lì per questo.
Davanti a tisane fumanti e “scaldotti” elettrici, si parla di amore, di amici collegati tra loro, di karma, di spiritualità, di malattia, di vita, di cibo, di destini, mentre io, tolti gli stivali, allungo i piedi sul termosifone, affossata nella sua sedia a rotelle.
Nel pomeriggio inoltrato si svolge l’avventura di raggiungere l’unico bar e alimentari del paesino, a cinquanta metri da noi accanto alla chiesetta, con lui in sedia a rotelle, io col ciclo (non quello a due ruote) e una neve a mulinelli che Dio la manda.
Là dentro troviamo due vere macchiette del paese: il proprietario e un signore anziano, e una vitalità che non mi sarei aspettata. Per cominciare, il proprietario sa già da che città vengo prima ancora che io entri. Lui è della Basilicata e nonostante venga da una frazione di là, mi parla di quanto ha fatto fatica ad ambientarsi nell’isolamento di qua. Come già in altre occasioni in zone di cui nessuno parla, la varietà estrema delle realtà italiane di nuovo mi disorienta.

Il signore seduto al tavolo ritira un punch dal banco del bar. Gli chiedo cosa sia e prima ancora di saperlo decido che voglio la stessa cosa, che non lo bevo dai tempi dei tempi e lì iniziamo a parlare. Dice che conosce B., che è stato suo ex vicino e inizia a raccontarmi la sua vita e la storia delle malelingue del paese. Sull’effetto del punch, che poi beviamo tutti, gli vado dietro e in quel luogo fuori dal tempo mi rendo conto che nessuno al mondo sa di noi e che ci stiamo davvero divertendo!
Parlando della possibilità – tutta da organizzare – di tornare a Pescara per poi far rientro a casa mia a nord, la macchietta del paese inizia ad elencare tutti i luoghi in Europa che a suo dire sarebbero raggiungibili con pullman in partenza da quel luogo da lupi. Nomina anche Moldavia, Polonia e Germania e io non capisco se sia l’effetto del punch, su di me o su di lui, o dell’isolamento di chi abita lì.
Chiedo al gestore dove posso trovare filtri per tabacco e lui dice che il primo tabaccaio sta a mezz’ora da lì e che avrebbe mandato un messaggio a sua moglie anche per me, perché si sta recando proprio là. Ci vorranno ventiquattro ore per averli.
La conversazione scorrerà via per non so quanto su questo filone di surrealismo puro, mentre continuo a chiedermi quale strano punto del mappamondo io abbia raggiunto.

Il pomeriggio tardi, ennesima tisana in casa, liquore all’amarena e mandarino dalla Puglia (terra di origine di B.), dopo il solito tran tran di passaggio tra l’esterno e l’interno sulla neve senza poter muovere le gambe. Inizia il tour della casa. B. mi regala delle brochure in cartoncino con poesie pubblicate da lui. Sul muro mi è rimasta in mente “Amplesso blu”, in mezzo a foto e acquerelli che incomincia a illustrarmi: un viaggio dagli Anni Settanta alla sua bellissima figlia ora undicenne, alla Puglia della sua infanzia, al periodo hippie, al periodo punk, ai ritratti dei filosofi occidentali e orientali, a tavole di simboli mistici, ad acquerelli suoi o di amici, al quadro dell’amica americana, composto con tutte le chiavi delle case in cui ha vissuto, di cui le tre più grandi da Venezia.

I viaggi a volte possono essere quasi del tutto interiori… In questo l’elemento esterno si è ridotto al minimo: treno, casa dell’amico e alimentari di paese, eppure ogni giorno è stato così pieno di esperienze e di intuizioni da riempire intere pagine.

Sonia Serravalli – estratto di Diario dell’Aquila

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Gli articoli in questa rubrica sono pagine di diari di viaggio o di “diari segreti” mai pubblicate  e vogliono rappresentare un punto di vista diverso sul viaggio: quello del succo interiore, della ricerca del sé e della sua comprensione, pagine di riflessioni e di confidenze, di sensazioni e tentativi di introspezione, a volte dolorosa, a volte esaltante, ma sempre illuminante. Il tutto innescato proprio dal contatto con realtà diverse all’esterno da sé, modelli al di fuori dal nostro cristallizzatoci addosso: ossia ciò che di più fondamentale offre ogni viaggio.

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