Velluto: diario ispirazionale dalla Valle delle Rose in Marocco

Sono nella stanza sullo strapiombo a El Kelaa M’ Gouna – Valle delle Rose, Marocco.

Tutta la kasbah è di terra rossa e i pavimenti completamente ricoperti di tappeti. Lui passa da una stanza all’altra nella sua palandrana blu-Sahara come un principe il cui sorriso io vorrei rapinare ogni volta che mi guarda.

Parlotta in berbero coi suoi colleghi e fratelli, risistemando le stanze con le decine di cuscini dopo una notte a picchiare sui tamburi e a parlarsi in quattro lingue diverse, carpendosi soltanto le affinità. Poi canta, dentro questo nido d’aquile a picco sopra mandorli in fiore e nidi di enormi cicogne tra le kasbah, lui canta, e io potrei restare qui immobile ad ascoltare la sua voce di nomade nei secoli dei secoli.

Inshahallah.

Sotto di noi, c’è una valle di fiori di mandorli e piante di rose selvatiche, solcata dal fiume M’ Gouna e da ruscelli minori, sciolti e sinuosi come fianchi di donna tra morbide greggi di pecore.

Non ho parole, non ho più desideri se non quello di rimanere in eremitaggio qui sopra il più a lungo possibile, a costo di dormire su un tappeto. Là sotto, le rane cantano fino a notte inoltrata. Con il rimbombo della vallata si crea un coro anfibio che va a mescolarsi con il richiamo del muezzin dalla moschea del paesino sottostante. Lui si muove con regalità sotto il suo velluto blu-deserto, accendendo incenso alle rose dentro le piccole crepe di terra rossa di cui son fatti i muri. Il suo sguardo è un fuoco nero. L’amore per il gesto, l’amore per il rituale, l’eleganza nobile anche nel volgo, l’incommensurabile rispetto per il prossimo e per il viaggiatore, il garbo dei berberi nel camminare, nel salutarti o nel porgerti qualcosa, abbassa fino al livello del suolo la mia soglia di innamoramento, e poi la invade. Sento che al loro cospetto siamo dei barbari, scoordinati, rudi e senza cerimonie.

Qui nella Valle delle Rose ad aprile, quando il cielo non è azzurro è di sabbia arancione. Le percussioni e le chiacchiere allentate sui cuscini per far passare le ore della notte in questa morigeratezza priva di alcool e di TV possono ipnotizzare anche la persona più insensibile.

Credo che la sua anima stessa sia fatta di velluto.

Vi mando un abbraccio che sa già di mal d’Africa, e di tanto, tanto bene raccolto. Desidero inoltre condividere con tutti i viaggiatori dal cuore di velluto questo luogo irreale e imperdibile: Kasbah Itran. Chi è destinato a passare di qui la troverà 🙂

Sonia Serravalli

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Gli articoli in questa rubrica sono pagine di diari di viaggio o di “diari segreti” mai pubblicate  e vogliono rappresentare un punto di vista diverso sul viaggio: quello del succo interiore, della ricerca del sé e della sua comprensione, pagine di riflessioni e di confidenze, di sensazioni e tentativi di introspezione, a volte dolorosa, a volte esaltante, ma sempre illuminante. Il tutto innescato proprio dal contatto con realtà diverse all’esterno da sé, modelli al di fuori dal nostro cristallizzatoci addosso: ossia ciò che di più fondamentale offre ogni viaggio.