Diari ispirazionali dalla stagione delle piogge – Messico

Playa del Carmen, Messico

“A volte basta una musica adeguata per divenire recettivi alla promiscuità senza soluzioni di tutto ciò che è.”

Giorni di pioggia a non finire. Musica paranoica. Non si può scappare. Viene voglia di prendere la pioggia per ore, di svuotarsi completamente, come diventa il mio sguardo in giorni così.

Piove sulle orchidee, sulle agavi e sulle foglie delle palme giganti che dal patio si sporgono fin sul mio balcone al secondo piano. I giorni ideali per farsi le coccole, trascorsi puntualmente da sola in una dispersione di minuti infiniti che non passano mai.

Che strano che tutto ciò che è triste e doloroso se ripescato dal nostro passato o ascoltato da testimonianze altrui assuma un contorno così dolce e romantico. Una vibrazione quasi squisita – e solo lì trovi un suo fondo, su cui poggiare. Dentro ognuno di noi, nel presente, quel fondo su cui poter dar forma a sensazioni così non c’è mai. Lo si vede solo dopo, o nella vita degli altri, o forse soltanto lo si immagina o lo si inventa. E allora in pochi istanti è così facile vedere porzioni di dolore trasformarsi in veri e propri piccoli gioielli. Se non altro dal punto di vista artistico. Opere d’arte del tempo. I romanzi viventi che nessuno scriverà.

Da libri e riviste raccolgo parole come “ammaliare”, “ipnotico”, “devastata”. Ne compongo intere collezioni, le intrappolo come farfalle, le voglio possedere come oggetti tangibili ma peggio, le voglio fagocitare. Ne sono ossessionata, a volte qualcuna si assenta per anni. E sono bellissime. “Ossessione”, “inebriante”, “metabolizzare”, “divorare”, “bruciare”, “disarmata”, “intensità”, “vibrazione”. Riutilizzarle come frecce appena forgiate.

Nel cosmo spirituale non esistono confini tra le identità, forse. Forse ci sono solo le parole. Gli ultimi tentativi vani di segnare argini, barriere e perimetri. A volte basta una musica adeguata per divenire recettivi alla promiscuità senza soluzioni di tutto ciò che è. Gli alberi ombrosi della foresta me l’hanno detto più volte che non c’è canzone che io ascolti che essi già non contengano. Sono sola e svuotata, perduta e annoiata. E solo gli altri leggendomi potranno vedere il mio fondo e consolarsi per il proprio che non hanno, o non sentono. Ma intanto, continuiamo in gran parte a vivere come schiere di sonnambuli.

Sonia Serravalli

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Gli articoli in questa rubrica sono pagine di diari di viaggio o di “diari segreti” mai pubblicate  e vogliono rappresentare un punto di vista diverso sul viaggio: quello del succo interiore, della ricerca del sé e della sua comprensione, pagine di riflessioni e di confidenze, di sensazioni e tentativi di introspezione, a volte dolorosa, a volte esaltante, ma sempre illuminante. Il tutto innescato proprio dal contatto con realtà diverse all’esterno da sé, modelli al di fuori dal nostro cristallizzatoci addosso: ossia ciò che di più fondamentale offre ogni viaggio.