#libridaDU – L’India di Dalrympole

Dopo diversi tentativi, finalmente ce l’ho fatta! Ho trovato un libro che descrive l’incredibile esperienza di scoprire l’India come piace a me, miscelando sapientemente la curiosità del turista con l’acume del reporter, il calore dello spiritualista con l’accuratezza dello storico. È In India, il romanzo con cui William Dalrympole descrive un decennio di viaggi attraverso il subcontinente indiano, dalle aspre alture del Pakistan all’incredibile mix indo-portoghese di Goa.

L’introduzione è una profonda riflessione sui nostri giorni, che Dalrympole riferisce alla tumultuosa regione del Bihar, ma aderisce tranquillamente anche alla situazione del mondo occidentale. Ci troviamo nel Kaliyuga, l’età della perdizione e della decadenza morale, dominata dalla vorace Kali, dea della distruzione che purifica l’umanità bagnandola nel sangue. Il punto più basso della ruota del tempo, il periodo della disgregazione necessario prima di ricominciare con un nuovo Krtayuga, l’Età dell’Oro.

Con questa grave premessa, il lettore intraprende il viaggio attraverso l’India, spaziando dagli ampi deserti del Rajastan, di cui Dalrympole rivela la contraddittoria società che si cela dietro agli scintillanti circuiti turistici, fino all’Hyderabad, dove lo scontro religioso e culturale fra induisti e musulmani prosegue da secoli portandosi dietro una lunga scia di sangue.

L’autore ci conduce fra le strette vie di Goa, che ci catapultano per un attimo nei vicoli del Barrio Alto di Lisbona, tanto è forte l’impronta lasciata dai colonizzatori portoghesi. Sbarca in Sri Lanka, la lacrima dell’India, dove si avventura nel fitto della foresta per intervistare le Tigri Tamil, i sanguinari e inavvicinabili guerriglieri.

Ci parla anche della società, mostrando gli acuti contrasti del complesso universo indiano, in bilico fra tradizioni ultra-ortodosse e scimmiottamenti della moda occidentale. Incontra Shobha Dè, una sorta di Paris Hilton locale, e il cantante punjabi Baba Sehgal. In Pakistan, siede al tavolo della famigerata Benazir Bhutto, prodotto occidentale di una classe dirigente corrotta e totalitaria, e di Imran Khan, popolarissimo giocatore di cricket che entra in politica con l’ideale di un Paese unito e onesto.

Terminato il viaggio per lo sconfinato e multiforme subcontinente indiano, il lettore ha l’imbarazzo della scelta: la patinata Mumbay, la turbolenta Lucknow, il Kerala verde e meditativo, la Goa degli hippy e dei portoghesi, la Bangalore del boom tecnologico o l’ancestrale Jaipur… non importa per dove, ma bisogna partire, l’India ci aspetta!

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