Sotto lo stesso cielo. Mani nella terra per ritornare alle origini: la fattoria di Mario in Patagonia

In viaggio la coperta è sempre troppo corta. Il mondo ha così tante cose belle da vivere e da vedere, che spesso ci si ritrova a dover fare delle scelte, e rinunciare a certe esperienze.

Questa è la storia di quando decidemmo che una fattoria era molto più importante del Machu Picchu.

L’accordo con Mario prevedeva che saremmo stati ospitati nella sua fattoria per una settimana in cambio di qualche piccolo aiuto nei campi. Si trattava, per noi, di una piccola pausa dopo aver attraversato tutta l’Argentina da nord a sud in pullman e Couchsurfing, prima di ripartire alla scoperta del Cile; volevamo inoltre metterci alla prova in un contesto mai sperimentato prima, come quello del lavorare in una fattoria, cosa mai fatta prima d’ora.

Io (Nina) in particolare, non avevo mai avuto a che fare con la terra prima di allora: mai una semina, un raccolto, nessuna capacità di distinguere una piantina di aglio da quella di cipolla. E in aggiunta, un discreto terrore per gli insetti mi facevano aspettare con ansia il momento in cui avrei dovuto affondare le mani nel terreno per la prima volta in vita mia.

La fattoria di Mario è nascosta nelle terre infinite e silenziose della Patagonia cilena, a una quindicina di chilometri da Osorno, piccola cittadina nella Regione dei Laghi. Una zona a dir poco meravigliosa, incastonata esattamente a metà strada fra la coda della Cordigliera Andina e l’Oceano Pacifico. Una piccola casetta rossa con il tetto a punta e infinite distese verdi a perdita d’occhio, contaminate dai colori dell’autunno patagonico avanzato.

Ancora oggi, a distanza di tempo, ripensiamo spesso a quella settimana con Mario. Raccontare il lavoro agricolo a chi non l’ha mai fatto, non è una cosa facile. La natura nasconde in sé un equilibrio ferreo e sottile che, come una sorta di tacito accordo, richiede di essere rispettato e compreso. Visto con gli occhi di una persona (Nina) che aveva fino ad allora sperimentato poca vita di campagna e rapporto con la natura, osservare la dolcezza e la passione con cui Mario ci raccontava della vita della serra, delle infinite varietà di colore delle carote, della sua passione per l’aglio…beh, il tutto suonava incredibilmente magico.

Non sembrava per niente facile, però. Voglio dire: non stiamo parlando di una fattoria qualsiasi, né di uno di quegli agriturismi dove ti fanno vedere solo il bello della natura. Parlo di una fattoria vera, sperduta nel sud del Cile in una terra che non conosci, in mezzo a piante mai viste prima, dove lavori, ti sporchi, puzzi e sei circondato da insetti più grandi del solito.

Stiamo parlando di stivali di gomma completamente sporchi di fango dentro e fuori, di insetti volanti e striscianti, di campi di granoturco talmente larghi da perdere l’orientamento, e le unghie sporche di chi ha scavato nel terreno con le mani.

E in tutto questo lui, Mario, sempre disponibile nello spiegarci una volta in più i segreti di Madre Natura, le meraviglie della terra, l’immensa varietà di prodotti, la bellezza di potersi nutrire delle cose coltivate da se stessi con amore e cura.

Il suo amore divenne il nostro. Cucinare un minestrone con le verdure appena raccolte dall’orto è qualcosa che rimarrà nella storia delle nostre prime volte. Ed è stato un minestrone, a creare fra noi e Mario un legame indissolubile, che va ancora avanti a distanza di quasi due anni.

Quel minestrone ci ha permesso di costruire un ponte fra l’amore per i prodotti della terra di un meraviglioso contadino cileno, e la nostra passione per la cucina tradizionale.

Ritrovarsi ogni giorno a correre nell’orto per cercare quali verdure fossero disponibili per poter preparare ricette sempre nuove per Mario che, estasiato, continuava a chiedere sempre più ricette, sempre più sapori. E così gnocchi, parmigiana, salsa verde, sughi freschi e così via.

Dopo intere mattinate passate nei campi, passavamo insieme interi pomeriggi a studiare le qualità di verdure a disposizione, le modalità di coltivazione biologiche, le ricette italiane più tradizionali. Un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, un po’ come veniva, lentamente si andava costruendo un filo che univa due mondi lontani, accomunati però dal grande desiderio di confrontarsi, di scoprire, di imparare, di condividere.

A tal punto da trovarsi, dopo soli sette giorni, a dirsi “hasta pronto” (a presto) con le lacrime agli occhi e la sensazione che una settimana sia volata troppo in fretta.

Il valore del tempo non è assoluto. Dipende da ciò che riusciamo a metterci dentro, in quella frazione di tempo. E con Mario, in quella settimana, abbiamo condensato tutto un lavoro di avvicinamento alla natura, di scoperta dell’autoproduzione, del mangiare sano, dello svegliarsi e andare a letto seguendo il ritmo della natura, della bellezza di una vita semplice.

La maestosità del Machu Picchu può aspettare. Imparare a disimparare, tornare alle origini, avvicinarsi alla natura, no.

Da lì in poi, tante altre fattorie si sono succedute durante il nostro viaggio in giro per il mondo. Mario, però, rimarrà sempre la nostra prima volta. E, come tutte le prime volte, unica e speciale.


▶ ▶ CONSIGLI DI VIAGGIO
Ma per mettere le mani nella terra e riappropriarsi del valore del tempo non è necessario andare in Patagonia. Si può, per esempio, affiancare Stefania e Silverio nel lavoro quotidiano che fanno nella loro azienda agricola innovativa di Andria. Il viaggio parte il 17 marzo, e i dettagli li trovate qui.

Responsabile comunicazione

«Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella danzante» sintetizza perfettamente la personalità di Federica: disordinata, alla perenne ricerca di un equilibrio (è pur sempre una bilancia, anche se atipica!), dotata di un’energia dirompente che trova nella creatività una valvola di sfogo perfetta. La sua sfida quotidiana è portare innovazione negli ambienti tradizionalmente più statici e lo fa coi suoi modi diretti e il suo cuore grande, e con questo stesso cuore si occupa della comunicazione di Destinazione Umana.