#filmdaDU: Il Piccolo Buddha

Oggi e domani l’Italia ospita Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, a Milano per due giornate in cui Sua Santità terrà insegnamenti e incontri con il pubblico italiano. È l’occasione giusta per consigliarvi la visione di un capolavoro di uno dei più grandi maestri del cinema del nostro tempo: Il Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci.

Personalmente, sono molto legato a questa pellicola. La rividi l’ultima volta un paio d’anni fa, poco dopo essere tornato da un intenso (spiritualmente) e memorabile viaggio in India. Nella trama si intrecciano due storie: quella del piccolo Jesse, un bambino americano che potrebbe essere la reincarnazione di un Lama scomparso, e quella di Siddhartha – interpretato da un giovanissimo Keanu Reeves –, giovane principe che comincia a scoprire il mondo, il dolore, la spiritualità, per poi intraprendere il percorso che lo porterà all’illuminazione.

Il film si sviluppa intorno a continui salti temporali e geografici fra queste due storie, in maniera talmente repentina che a volte si rimane quasi storditi nel passare dalla grigia Seattle degli anni novanta ai colori caldi ocra, zafferano e rosso fuoco dell’antico oriente.

Al tempo stesso, si percepisce anche un senso di vacuità nelle preoccupazioni di Evan, il padre di Jesse, che ha problemi lavorativi, se paragonate brutalmente allo strazio del principe Siddhartha, che scappa dal suo palazzo e si trova faccia a faccia con la vita vera, la malattia, la povertà, la morte.

La narrazione è dominata dal senso di impermanenza, uno degli insegnamenti del buddismo tibetano più difficili da accettare per noi occidentali, che siamo così legati ai beni materiali. Diverse scene ritraggono i monaci intenti a realizzare un mandala, bellissima e complessa composizione di sabbia, che verrà poi spazzata via in un attimo nelle ultime scene.