#libridaDU: Il bar delle grandi speranze

Il bar delle grandi speranze non è una metafora. È proprio un bar, con tanto di bancone, baristi, risse e ubriacature, una variopinta fauna di habitué, cessi puzzolenti e un bel cartello all’ingresso che vieta di servire alcolici ai minorenni. È guardandolo con impazienza, aspettando di diventare grande – laddove “grande” significa “che può bere” – che J.R. Moehringer ha passato la sua infanzia.

Il piccolo JR vive a Manhasset, piccolo distretto residenziale di New York. Cresce ascoltando la suadente voce del padre, conduttore radiofonico che ne nè andato quando lui era piccolo, e subendo le fragilità della madre, rimasta sola ad accudire il figlio. Fin da piccolo, la sua seconda famiglia diventa quella degli “uomini del bar”, quelli grandi, che possono bere, che possono guidare e che possono andare a donne. E naturalmente non vede l’ora di poter essere come loro.
Il vero battesimo del fuoco di JR arriva a diciotto anni, quando può bere anche lui, può finalmente entrare al Publicans – che prima si chiamava Dickens – e ordinare legalmente una bella birra. Da lì inizia il racconto della sua vita attraverso la frequentazione del locale. Gli studi, il college, l’esilio in Arizona, Yale, le donne, i primi approcci con il giornalismo – che poi diventerà la sua professione. Prima di ogni cosa si passa al bar per prepararsi con un drink e dopo ogni cosa si torna al bar per raccontarlo agli amici.
I ragazzi del bar, casi umani e grandi filosofi da bicchiere vuoto. Steve il barista, lo zio Charlie, che lavora al bancone, Joey, Colt, Yoghi e tanti altri, cattivi maestri di vita da cui lui apprenderà le lezioni più importanti, quelle che lo faranno crescere di più.