#libridaDU: Sopravvissuto alla bomba atomica

Domani saranno 71 anni. Durante questo lungo lasso di tempo si sono sentite molte testimonianze, ricostruzioni, scuse e accuse. Ma ce n’è una che colpisce in particolar modo. Quella di Shinji, giovane abitante di Hiroshima sopravvissuto alla bomba atomica, la cui vicenda è stata raccontata molti decenni dopo dalla figlia Akiko in un libro.


«Erano più o meno le 8:15. Mi sembrava di essere a buon punto con il lavoro, quando sollevai il braccio destro per asciugarmi il sudore della fronte e…». Così, da un secondo all’altro, viene tracciato un solco nella storia dell’umanità destinato a rimanere in eterno. Le vite di centinaia di migliaia di persone finiscono in un attimo, quelle di altri milioni proseguono fra atroci sofferenze fisiche e spirituali.
Akiko racconta i giorni che vissero suo padre, appena adolescente, e suo nonno appena dopo lo sgancio della bomba: uno straziante pellegrinaggio per la città rasa al suolo in cerca di qualcosa che avesse una parvenza di vita, fra i dolori delle ferite e le esalazioni tossiche. Ma non solo: parla anche degli anni a seguire, quelli di cui sappiamo poco perché nessuno ci dice nulla.
Al massimo si fa riferimento alle conseguenze politiche e militari dell’impatto di Little Boy sui tetti di Hiroshima, si parla dello sforzo economico che fece il Giappone per rialzarsi. Ma non viene raccontato come quella bomba influì sulle relazioni umane, su una cultura millenaria sterminata in pochi secondi da un’avversaria nuova, arrogante, potente ma vuota e senza valori.
Shinji faticò anni a trovare un posto nella società, considerato un povero orfano senza dignità e senza diritti. Lavorò per anni giorno e notte, imparò un mestiere dal nulla e, senza l’aiuto di nessuno, costruì una famiglia, conducendo onorevolmente una vita costellata di difficoltà. Nonostante le atroci sofferenze che questa tragedia gli portò, come testimonia la figlia Akiko, Shinji non portava rancore nei confronti degli americani. La sua storia finisce con un messaggio di pace e di speranza, di volontà di ricongiungimento con i carnefici di mezzo secolo fa. Ed è questo l’insegnamento per tutti noi.