Crescere in Destinazione Umana: se avessi una figlia femmina

Se avessi una figlia femmina credo mi somiglierebbe, almeno nel tono della voce. Avrebbe un’inflessione stridula (la mia) e tagliente sul finale (la mia).

Se avessi una figlia femmina vorrei darle un nome con la A. La A che apre tutto, la A che racconta, la A che respira, la A che inizia piantata con i piedi per terra che si alza verso il cielo. La A che è a forma di casa, di piramide, di cappello, e forse anche un po’ di stella.

Se avessi una figlia femmina le racconterei come è stato per me essere figlia in una famiglia di tutte figlie, una famiglia dove l’essere “donna” (bambina, ragazza, adulta, madre di, figlia di, nipote di) era la caratteristica preponderante di ogni giornata, di ogni pranzo, di ogni evento. Le donne della famiglia, un matriarcato senza pudori, dove su sette cugini uno è maschio, dove nessuno è “la moglie di” ma erano gli uomini “i mariti di”.

Se avessi una figlia femmina le racconterei di come è, e di come è stato, essere la prima di quattro sorelle. Quella che apre le strade, quella che per prima scopre la gelosia, quella che capisce subito cosa vuole dire che un amore condiviso (e diviso) è un amore ancora più forte. Quella che ha un ricordo immenso legato ad ognuna di loro, l’inizio della sorellanza. Quella volta che ho giocato nel lettino con la sorella nr.2, e ricordo la consistenza del suo corpicino morbido. E quella volta che la mamma mi ha detto come avremmo chiamato la sorella nr.3, chiedendomi cosa ne pensavo. E il giorno in cui ho saputo che sarebbe arrivata la sorella nr.4, mentre chiudevo uno sportello in cucina. Quattro, il mio numero perfetto.

figliafemmina[nella foto, una improbabile me stessa a quattro anni con la sorella nr. 2 neonata, e la mamma con i capelli lunghissimi]

Se avessi una figlia femmina mi piacerebbe che potesse giocare ad essere una principessa così come uno spazzacamino, una maestra così come un’astronauta, una ballerina così come una giocatrice di calcio, o una guidatrice di ruspe.

Se avessi una figlia femmina proverei a insegnarle i confini: non del cuore, ma del corpo. Proverei a insegnarle la differenza tra dire sì e dire no, a riconoscere cosa non le piace: anche una ciocca di capelli che ti viene spostata dal viso può non piacerti, anche se hai otto anni. E se una cosa non ti piace quello che devi dire è: NO.

Le vorrei insegnare che un corpo di bambina diventa un corpo di ragazza e poi di donna: e che quel corpo cambierà, si mescolerà, si aprirà e chiuderà. E c’è una e una sola responsabile di quel corpo: lei stessa.

Se avessi una figlia femmina un giorno le dovrei spiegare come funziona quando ti innamori: non credo che saprei dirle esattamente COME funziona, ma le direi che è la cosa più bella del mondo, e che le auguro che le accada centinaia, migliaia di volte. Che si innamori di se stessa. Che si innamori di altri occhi, di altre mani, del suono di una voce. Che si innamori di un luogo, di una luce, di molti libri, film, amici.

E le direi che ci sono alcuni dolori che si dimenticano: ricordi che hai sofferto ma non ricordi la sensazione del dolore. Che si chiama “resilienza”, e che una delle più grandi risorse che abbiamo. Che con l’amore succede un po’ questo. Chi si innamorerebbe mai più, sennò?

Se avessi una figlia femmina le direi che può diventare quella che vuole. Che può essere quella che vuole. Le direi molti no, conoscendomi, rischierei di essere impositiva, conoscendomi, sarei una mamma un po’ nevrotica, conoscendomi, ma rideremmo molto, cucineremmo molto, viaggeremmo molto, e guarderemmo Pretty Woman cantando i Roxette a squarciagola, probabilmente mangiando biscotti direttamente a letto.

Ma non ho una figlia femmina.
Non so se avrò mai una figlia femmina.
Però ho un figlio maschio. E sapete cosa gli direi?

Gli direi le stesse identiche cose.

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C’è un’isola, nell’estremo sud dell’Italia che ha un nome declinato al femminile. PANTELLERIA. Ci abbiamo organizzato due viaggi, la prossima primavera.
Li trovate QUI:
MANGIA, CAMMINA, AMA
SETTIMANA DI SCRITTURA CREATIVA