#libridadu: Ogni mattina a Jenin

Ogni mattina a Jenin migliaia di uomini, donne, anziani, bambini si alzano sentendosi estranei in casa propria. Molti di loro vivono nel campo dei rifugiati, un luogo che da quasi settant’anni è una sistemazione temporanea, in attesa di trovare una nuova casa. La vita è così in Palestina.

Lo racconta in maniera intensa e commovente Susan Abulhawa nel suo libro Ogni mattina a Jenin, uno dei testi principali per chi vuole conoscere “da dentro” la condizione del popolo palestinese. Una storia straziante, ma di grande speranza, che parte dal lontano 1948 con il racconto del primo esodo coatto a cui furono sottoposti gli abitanti delle zone occupate dal neonato stato d’Israele.

Si trasferirono a Jenin e lì rimasero mesi, anni, decenni, vivendo fra fango e baracche in attesa che qualcuno restituisse loro una casa dignitosa. Ma non fu così, anzi. Fra soprusi quotidiani e grandi guerre, come quella del 1967, la situazione precipitava ogni volta che sembrava riaccendersi una luce.

Susan – che nella narrazione è Amal – cresce in una logorante altalena di illusioni e disillusioni, speranze e cadute: l’amicizia in mezzo alla guerra, la speranza americana, la famiglia distrutta fra le macerie di Sabra e Shatila. La fine nella sua Jenin, in un 2002 troppo vicino per sembrare il capitolo di un libro di storia, per sollevarci dalla responsabilità morale di provare quantomeno empatia per chi non ha più un posto da chiamare casa.

Camminando per la strade della città palestinese si può riconoscere ogni parola di Ogni mattina a Jenin. Nei muri delle case crivellati dalle pallottole dei carri armati, nell’aria densa di spiritualità e dell’odore di polvere e spezie, nella frenesia di una città che, nonostante tutto, non vuole morire. Negli occhi di un popolo che, nonostante tutto, non vuole smettere di sperare.

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