Cosa vuol dire vicinanza? Ce lo spiega Simone Chiesa, couchsurfer d’eccezione.

Simone Chiesa è un couchsurfer da sempre: è da quando aveva 15 anni che gira il mondo affidandosi all’ospitalità di persone conosciute in rete, disposte ad offrire il proprio divano per dare alloggio a viaggiatori di passaggio. Ma Simone non è solo un appassionato viaggiatore, ma anche un bravo film-maker: da queste sue passioni sono nati già due programmi per la TV che raccontano i suoi viaggi in giro per i divani d’Italia e del mondo. Per capire profondamente il vero senso di vicinanza e le relazioni tra le persone.

“Couchsurfers – Due sopra il divano” è il tuo primo programma (andato in onda su Rai 3) che racconta il fenomeno del couchsurfing. Ce ne vuoi parlare?

Era da tanti anni che volevo realizzare un format sul couchsurfing, ma non ne avevo mai avuto l’occasione. Nel gennaio 2014 mi sono preso un po’ di pausa dai documentari che facevo su commissione per Sky e Rai e ho cercato concretamente il supporto di qualche casa di produzione per realizzarlo, ma purtroppo tutte mi hanno respinto dicendo che in Italia per fare un programma televisivo ci vuole per forza una persona famosa che partecipi. Convinto della validità del format ho deciso di autoprodurlo io e insieme alla mia ragazza Anna Luciani sono partito per un viaggio di 5 mesi in Sudamerica. Volevo realizzare un programma televisivo che raccontasse ciò che accade realmente quando si viaggia con pochi soldi in tasca e tanta improvvisazione, andando realmente a casa di sconosciuti, senza filtri e senza artifizi narrativi. Da questo viaggio è nata la prima stagione di “Couchsurfers” andato in in onda la domenica pomeriggio ome rubrica all’interno delle Falde del Kilimangiaro

A novembre è invece andato in onda su Laeffe ‘Vicini di viaggio – C’è posto per me’: in cosa si differenza dal programma precdente?

Si tratta sempre di un programma che parla di couchsurfing, ma oltre ad essere ambientato in Italia, nasce per andare alla scoperta del concetto di vicinanza e delle sue declinazioni moderne. Ho attraversato l’Italia partendo da Firenze, per scoprire gli eventi e le iniziative che nel nostro paese riescono a creare legami tra le persone, in 4 ambiti: arte, intrattenimento, solidarietà e sport. Dall’opera multimediale Magnificent a Firenze al Biografilm Festival di Bologna, dalla squadra di basket in carrozzina Briantea84 alla Fondazione Banco Alimentare fino alle realtà di condivisione urbana, come i laboratori artigianali, i community garden e le social street, la serie vuole esplorare il significato più profondo e più attuale della vicinanza, scoprendo che anche nel mondo iper-tecnologico e globale di oggi ci sono ancora tantissimi modi per sentirsi veramente vicini di viaggio.

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Com’è cambiato quindi il concetto di vicinanza?

Alcuni potrebbero asserire che con l’avvento dei social network le distanze si siano azzerate e ci si possa sentire vicini anche alle persone fisicamente lontane migliaia di km. Per alcuni aspetti può essere vero, ma a me piace di più il concetto di vicinanza vecchio stile. Nei quasi due anni che ho vissuto a Cuba mi sono sentito molto più vicino agli sconosciuti del mio quartiere con i quali giocavo a domino la sera piuttosto che ai 2.000 “amici” che ho su Facebook (non è vero, non ne ho 2.000, mi sono sempre imposto un tetto di 400, sforato quello comincio a cancellare a nastro…). Sostituire la presenza fisica con quella virtuale secondo me è il grande bluff del nostro tempo. Organizzare una cena ormai è un esercizio di democrazia partecipativa: devi creare un gruppo su whatsapp, ascoltare i vari pareri, proporre un menu che vada bene a tutti e guai se ti dimentichi di invitare in chat qualcuno e quello lo viene a sapere! A Cuba prepari un po’ di riso e fagioli e ne prepa ri sempre un po’ di più del necessario perché non si sa mai, può passare a trovarti qualcuno all’improvviso e quando succede vi garantisco che è una piccola grande emozione, come quando da bambino ti suonavano al campanello di casa per chiamarti e andare a giocare insieme per strada. E’ qualcosa che ormai da noi è impossibile provare perché se ti presenti a casa di qualcuno senza preavviso è quasi considerato da maleducati. Le esperienze che ho raccontato in “Vicini di viaggio” sono tutte legate a una rivalutazione di questo concetto antico di vicinanza. Sono esempi di comunità che propongono una vicinanza reale, autentica, che usano i social network come un mezzo, non un fine a sé stesso. Il couchsurfing è la stessa cosa: si usa la rete come strumento per poi incontrarsi di persona, a casa di qualcuno, e condividere gli spazi, il tempo e le emozioni reali, non virtuali.

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Com’è nata in te l’idea del couchsurfing?

Couchsurfing.org è solo uno dei tanti social network che mettono in rete i viaggiatori con persone che vogliono ospitare. Ce ne sono molti, ma questo è sicuramente il più famoso e ormai il temine “fare couchsurfing” è diventato di uso comune per indicare l’atto di andare a dormire a casa di qualcuno, soprattutto se sconosciuto. Io personalmente il cochcusrfing l’ho iniziato a fare a 14 anni, quando ancora non si chiamava così. Abitavo a 40 minuti di curve dal liceo (tra l’altro la Gardesana la facevo spesso in autostop per guadagnare tempo e non dover aspettare la coincidenza dell’autobus) per cui succedeva spesso che rimanevo a dormire a casa di qualche amico, avolte buttato sul divano. A 15 anni ho preso zaino e chitarra e sono andato un mese e mezzo in Irlanda da solo e con pochissimi soldi. Ho comprato una bicicletta usata e mi sono messo a suonare per strada o nei pub, finendo spesso anche in questo caso sul divano di qualche sconosciuto. Una volta io e un altro globetrotter ci siamo ubriacati di Guinness con un professore di gaelico e siamo finiti a casa sua per quattro giorni in culo ai lupi nel sudovest a fare legna e pescare. Sono cose che non succederebbero mai se andassi in un ostello o in un campeggio. Questo modo di viaggiare, improvvisando totalmente e conoscendo i luoghi dall’interno grazie alla gente del posto, l’ho sempre mantenuto e anche se adesso a 34 anni dormire per terra o su un divano mi fa alzare il giorno dopo con un mal di schiena disastroso, se vale la pena lo faccio comunque più volentieri che andare in un villaggio turistico.

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Non hai mai avuto paura a dormire a casa di gente sconosciuta?

Assolutamente no. Ma io sono forse un caso a parte perché praticando arti marziali da tanti anni ho un ottimo autocontrollo e so risolvere la maggior parte delle situazioni sgradevoli in modo pacifico e tranquillo. Se poi dovesse mettersi proprio male (a volte è successo, ma non facendo couchsurfing) so che comunque saprei cavarmela in qualche modo. Però parlando con gli altri membri della comunità so che è davvero rarissimo trovarsi in brutte situazioni. Al massimo non si crea empatia con l’altro, ma finisce lì. In generale la paura nasce dall’ignoranza e l’ignoranza nasce dal pregiudizio. Se tu elimini il pregiudizio elimini la paura.

In conclusione: a chi  consiglieresti di fare couchsurfing?

Lo consiglierei a chi ha la mente aperta, un buon spirito di adattamento e poche esigenze. Soprattutto lo consiglierei a chi vuole viaggiare e conoscere, non certo farsi una vacanza relax, in quel caso molto meglio un bed and breakfast, senza dubbio. Fare couchsurfing è faticoso, è uno scambio culturale, è un dare e ricevere senza obblighi scritti. E’ la gift economy, l’economia del dono, della gentilezza, della cortesia senza aspettarsi nulla in cambio. Il viaggiatore deve essere una persona rispettosa delle cose, del tempo e degli spazi altrui, deve sapersi adattare alle situazioni e non avere pretese, ma soprattutto deve essere curioso e propositivo, deve avere voglia di interagire con il luogo e le persone, altrimenti è solo un andare a dormire gratis e il couchsurfing non è quello. Chi ospita non deve essere geloso dei propri possedimenti, deve avere fiducia nel prossimo e avere voglia di condividere per alcuni giorni il proprio tempo, le proprie passioni, la propria vita e soprattutto voglia di far conoscere al viaggiatore il meglio (e il peggio) del luogo in cui vive.

 

Ti è venuta voglia di partire, zaino in spalla? Allora potresti partire per Ca’ del Buco, un bellissimo luogo sulle colline bolognesi, dove poter entrare in contatto con Paola e il suo sogno: quello di costruire una realtà in cui si rispetti la natura, la stagionalità dei prodotti e tutte quelle attività connesse all’impatto ambientale. Qui potrai ritrovare i valori e la serenità dei lavori di un tempo, quelli da non dimenticare: per riscoprire anche tu tutto il senso della vicinanza!

Silvia è uno spirito creativo e inquieto, alla continua ricerca di tutto ciò che è colorato, scintillante e vivo. La troverete sempre circondata da idee, dolci, vestiti, pennarelli, esseri umani. Da buon capricorno è concreta e legata alla terra, ma lo spirito…beh, quello aspira sempre molto in alto, alla ricerca delle energie positive che muovono il mondo. È l’apripista di Destinazione Umana e ogni volta che annuncia di aver avuto una nuova idea, un brivido di meravigliosa curiosità corre lungo la schiena di tutto il team, perché una cosa è certa: se Silvia dice che una cosa verrà fatta, quella cosa VERRÁ FATTA.