Mongolia in bicicletta: l’incredibile viaggio di Andrea

La Mongolia in bicicletta, pedalando nella steppa da solo. Attraversare da ovest a est il paese meno densamente popolato al mondo. Incontrando poche persone lungo la strada, ma con una carica e un calore umano tali da restituire energie e speranza. È il viaggio di Andrea, che quest’estate ha passato venti giorni nell’estremo Oriente. Aveva già  affrontato imprese simili in Alaska e in Sud America, aveva scritto un libro in cui esplora gli anfratti più oscuri dell’animo umano. Ma stavolta è stato diverso. È stato un viaggio all’interno dell’inifito che gli ha fatto riscoprire la sua dimensione umana. E noi ce lo siamo fatti raccontare.

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Cos’ha rappresentato e cosa rappresenta oggi il “viaggio” nella tua vita?

«È “spostamento”, come nelle epopee più note. Mi piace andare da un punto a un altro, attraversare luoghi, stare in strada, far andare la bicicletta. E l’itinerario è un percorso che non si trova mai solo su una carta geografica, ma anche dentro di me. Spero sempre di tornare migliore di come sono partito, ma in realtà torno diverso, nient’altro».

Come mai hai scelto una delle zone più disabitate e selvagge della terra per questa tua avventura?

«Perché il viaggio per come lo intendo io è pratica solitaria, soprattutto in strada. Una volta finita la giornata però, il contatto umano è importante. Poi alcuni luoghi, tra cui la Mongolia, sono stati scelti per prolungare il contatto solo con se stessi anche a fine tappa. Un esercizio che mi piace ogni tanto praticare sebbene io sia tutt’altro che un tipo solitario».

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Quali sono state le difficoltà nell’affrontare la Mongolia in bicicletta?

«Senz’altro le condizioni igienico-sanitarie che mi hanno causato non pochi problemi gastrointestinali. A parte questo, tutte le altre non si possono considerare difficoltà, piuttosto parte del viaggio, in una parola: la Mongolia stessa».

Puoi ricordare un episodio particolare delle tre settimane in cui hai pedalato, che ti ha segnato e che ben rappresenta quello che hai vissuto?

«Il dialogo con la gente del posto attraverso il quale è emersa la possibilità di approvvigionarsi d’acqua proprio presso i nomadi e i viandanti. Cosa, questa, senza la quale un buon tratto di strada sarebbe stato impossibile da pedalare. Ritengo questo l’episodio chiave. La gente insomma».

Alla fine di questo viaggio, hai trovato “una ragione valida di vita che sproni e spinga a calcare i giorni della quotidianità con un fare diverso, più consapevole”?

«Questa è la domanda che mi fanno e che mi faccio alla fine di ogni viaggio. Come ho detto sopra, si torna soltanto diversi né migliori né peggiori: la sentenza te la dà la vita stessa proprio attraverso la quotidianità per la quale non esiste alcuna ricetta valida. Mi è capitato spesso di sentirmi onnipotente ed euforico alla fine di viaggi simili per poi sfumare nel quotidiano, sulle solite questioni esistenziali. Un viaggio, sebbene in bici, sebbene in luoghi remoti e in solitaria, non allontana i demoni, li tiene alla frusta per un po’, nient’altro».

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La nostra filosofia è quella del viaggio come occasione per scoprire non solo luoghi, ma soprattutto persone: le loro storie, le loro esperienze, i loro sogni. Cosa significa per te andare alla ricerca di una “destinazione umana”?

«Devo essere onesto: per me viene prima la natura, poi l’uomo. Proprio per questo scelgo posti remoti, perché la probabilità che l’uomo abbia messo le mani sulla natura, prevaricandola come avviene in altre parti del mondo, è molto più bassa. Se ho ragione, allora di conseguenza il contatto umano è notevole, nel senso che le popolazioni di questi luoghi, a differenza di noialtri, hanno ancora dentro una sorta di rispetto per la madre terra non ancora svenduto al dio progresso e con esso al denaro. Spesso però, vedo avvisaglie anche dove non dovrebbero esserci. La maggior parte di loro per fortuna è composta ancora da veri esseri umani e tutto ciò che mi è capitato in viaggio ne è la testimonianza».