Come fare downshifting: dalla metropoli alla campagna. La storia di Filippo

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Ha sperimentato l’immensa solitudine e intensi bagni d’umanità. Ha patito la freddezza di una grande città frenetica e stressata e il calore del deserto che respira e ti toglie il fiato. E poi ha deciso di “scalare marcia”, cominciando a pensare come fare downshifting, a come introdurre nella sua vita un cambiamento drastico. Allora ha dato libero sfogo al suo bisogno di radicarsi, di stringere legami umani e sociali, di costruire una comunità in cui mettere in atto le buone pratiche della sostenibilità. È la storia di Filippo, una delle nostre destinazioni umane dell’Umbria, che ha aperto la sua attività fra le verdi montagne del centro Italia, a Monestevole, dopo anni di girovagare. Ma i suoi occhi sono aperti tanto sul territorio in cui vive e lavora, quanto sul vasto mondo che c’è al suo esterno. Perché Monestevole è anche la sede italiana di Tribewanted, una rete internazionale che sta costruendo comunità sostenibili per vivere e far conoscere i territori.

 

 Tu hai abitato per anni negli Stati Uniti, come hai vissuto questo cambio radicale di ambientazione e di vita?

 «Sono andato da un estremo all’altro, dalla convulsa New York alle spiagge deserte della Sierra Leone, nel cuore dell’Africa, senza elettricità, senza acqua corrente, senza gabinetti, dove ho vissuto per nove mesi in una tenda. Tornare in Italia e andare ad abitare a Monestevole è stato un modo per trovare la giusta via di mezzo, sempre attento all’etica della comunità e della sostenibilità, ma con la possibilità di trovare un posto dove poter costruire una famiglia e affondare le mie radici».

Come sei riuscito a conciliare una dimensione locale con una rete che va dalle Isole Fiji alla Sierra Leone?

 «Ogni realtà di Tribewanted si adatta alla cultura e tradizioni locali e le promuove. L’importante è che ogni progetto abbia sempre lo stesso ethos: sostenibilità economica, sociale e ambientale. È anche fondamentale che i nostri ospiti abbiano la possibilità di vivere esperienze autentiche, partecipando ai lavori e sporcandosi le mani nell’orto, fra i fornelli o con gli animali. Che ci sia uno stile di vita comunitario, la cucina aperta, mangiando tutti insieme, e che il team locale sia integrato con i viaggiatori che ospita».

 Cosa si riporta a casa nello “zaino” chi è stato a Monestevole e cosa resta a voi dei vostri ospiti?

 «L’idea di Tribewanted è che chi ci visita e partecipa a questa esperienza alternativa si porti a casa qualche piccolo seme di uno stile di vita diverso, un po’ più sostenibile. Ma anche la consapevolezza: chi viene a Monestevole ha la possibilità di vedere che un altro stile di vita è possibile e replicabile».

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Come sta cambiando il modo di vivere l’esperienza del viaggio secondo te?

«Ci sono molte più persone che vogliono fare una vacanza alternativa, immersiva, e autentica, sporcarsi le mani e passare tanto tempo in un posto, non il tipico tocca e fuga, ma una seconda casa quasi. È un po’ come fare downshifting, anche se solo per pochi giorni».

L’aver visitato tanti paesi del mondo, anche molto diversi da noi, è stata un’esperienza di crescita importante? Cosa ti ha lasciato?

«Lo è stata sicuramene! Purtroppo anche la mia impronta ecologica ha avuto una crescita importante… Però viaggiando e incontrando culture e genti diverse ho capito quanto abbiamo da imparare anche da persone in paesi che vengono considerati “sotto sviluppati”. Persone che magari non sanno leggere, ma ti possono insegnare tutto sulla sostenibilità, anche se magari non sanno cosa voglia dire la parola “sostenibile”, perché per loro è la vita di tutti i giorni. Lo scambio di know how – da noi fondatori di Tribewanted alla comunità locale e vice-versa – è la cosa più bella. Poi viaggiando vedi quanta bellezza naturale c’è nel mondo, dalla Groenlandia alla Nuova Zelanda, ma vedi anche tanta distruzione nel nome del progresso».