Francesco e il suo viaggio in India. Una destinazione spirituale.

Lo scorso dicembre il nostro Francesco è stato in India per prendere parte ad un progetto organizzato da una ONG che opera a Calcutta. Questo è il suo racconto.

«Il viaggio è continuo nello spazio e nel tempo e l’India è sempre lì a raccontarti qualcosa, a darti il senso di essere tu parte di una grande storia dinanzi alla quale non si riesce mai a essere indifferenti»

Aveva ragione Tiziano Terzani: è davvero impossibile resistere alla tempesta di emozioni di cui rimani inevitabilmente vittima se hai la fortuna di visitare l’India. A testimonianza di quanto laggiù umano e divino siano quotidianamente in contatto, il corpo comincia a rispondere agli stimoli dello spirito: gli occhi si sbarrano, le gambe tremano, lo stomaco si attorciglia, le mani sudano, il respiro si affanna e poi si placa, come se non volesse distrarre il resto dell’organismo dalla contemplazione di un mondo così vero che provoca più dolore – o forse, più benessere – di un pugno in pieno stomaco. Dopo tanto tempo, finalmente anch’io ho visitato l’India. L’ho fatto insieme alla mia compagna. Forse avevamo bisogno di risposte, ma non importa, perché questo luogo magico te ne da anche se non gli poni alcuna domanda.

india3Siamo partiti per prendere parte a un progetto organizzato da Smile, una ONG che opera nel centro di Calcutta, oggi Kolkata. Si tratta di tratta di una piccola associazione gestita volontari del posto, che da più di dieci anni porta un piccolo ma significativo contributo nell’aiuto ai bambini delle famiglie di una micro comunità che vive in un piazzale vicino alla stazione centrale di Sealdah.

Quella di Calcutta è una realtà difficile, intensa, povera e polverosa. Lontana dai grandi boulevard di Mumbay, dalle spiagge di Goa e dalle moderne industrie di Bangalore, è sfuggita all’occidentalizzazione ed è rimasta ancorata al retaggio culturale dell’antica India. La vita si sviluppa lungo la strada, sui marciapiedi, nelle aiuole e nelle piazze. Lì si mangia, si dorme, si lavora, si socializza. L’indigenza si percepisce da tantissimi dettagli, dall’architettura precaria e fatiscente degli edifici, dai mezzi di trasporto tenuti insieme con il fil di ferro, dalla semplicità delle merci esposte sulle bancarelle dell’infinito mercato che si srotola lungo le vie del centro, dall’attaccamento di molti a quella singola rupia che, a fine giornata, farà la differenza fra uno stomaco pieno e i crampi della fame. In questo gigantesco budello che ospita sedici milioni di anime, si sovrappongono mille spaccati di vita quotidiana, di contesti in cui calarsi come uno speleologo in una profonda grotta dai molteplici anfratti da esplorare. E nonostante gli odori forti, le scene che ai nostri tarati occhi occidentali paiono inaccettabili, il sudore che si impasta con la polvere e lo smog fino a creare una patina grigiastra sul volto, l’attrazione per questi luoghi è magica e fatale.

Ogni giorno, nel corso della mattinata, ci dedicavamo alla cura dei piccoli, bimbi dai due agli otto anni circa. Li lavavamo, li curavamo con piccole medicazioni, davamo loro da mangiare, giocavamo e insegnavamo qualche parola di inglese o di bengalese. Il tempo era poco e noi, educatori improvvisati, abbiamo forse fatto fatica a trasmettere ai bambini quelle poche nozioni che potranno essere utili per costruirsi una vita lontana dalla strada. Ma lo scambio è stato intenso, appagante, molto istruttivo. E ripensando alle relazioni che abbiamo costruito, mi tornano in mente le parole con cui ci ha accolto uno dei tutor dell’associazione: «In queste poche settimane che passerete con i bambini, lo scambio non sarà pari, perché vi trasmetteranno molto più di quanto voi sarete in grado di dare a loro». Ed è stato così: in quel breve lasso di tempo, siamo cresciuti molto di più noi. Abbiamo imparato a dare più valore alle piccole cose, ci siamo riempiti il cuore con i sorrisi sinceri, felici e disinteressati che ci rivolgevano ogni mattina, quando ci vedevano arrivare. Abbiamo avuto una dimostrazione che il benessere materiale e quello spirituale sono completamente slegati.

In India l’immanenza del divino è travolgente, talmente forte da togliere il fiato. E nonostante l’apparenza, ci siamo accorti che la vita degli indiani è più equilibrata della nostra. Com’è possibile – direte voi – che sia equilibrata una vita passata per strada, a contatto con sporcizia e malattie, segnata da grandi contraddizioni, come per esempio la totale assenza di tutela dell’ambiente o della parità sociale e di genere? Eppure, la sensazione è che laggiù la cultura di vita sia molto meno dissimulata della nostra: la frenesia scompare, il rapporto con il divino è reale e non finto e ipocrita come quello occidentale, la malvagità non è un germe che risiede in maniera più o meno radicata in tutte le persone. In India tutto è come si presenta. La vita è cruda e vera, la gente è cruda e vera. È il trionfo dell’umanità, quell’umanità che affonda ancora i suoi piedi nel fango, ma che, alzando lo sguardo, penetra nuvole e smog e guarda negli occhi Dio.

Per saperne di più sui progetti, visitate la pagina dell’associazione Smile NGO: https://www.facebook.com/SmileNgo

Francesco

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Responsabile comunicazione

«Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella danzante» sintetizza perfettamente la personalità di Federica: disordinata, alla perenne ricerca di un equilibrio (è pur sempre una bilancia, anche se atipica!), dotata di un’energia dirompente che trova nella creatività una valvola di sfogo perfetta. La sua sfida quotidiana è portare innovazione negli ambienti tradizionalmente più statici e lo fa coi suoi modi diretti e il suo cuore grande, e con questo stesso cuore si occupa della comunicazione di Destinazione Umana.