Intervista ad Alex Giordano di RuralHub

Alex Giordano è presidente e direttore scientifico di Ruralhub, incubatore di progetti di innovazione sociale in ambito rurale.

Il 25 ottobre sarà a Bologna per Destinazione Umana VIP (potete acquistare i biglietti direttamente qui) proprio per parlare di ruralità, sostenibilità e innovazione nel mondo agroalimentare. Aspettando di sentire cos’avrà da dirci, gli abbiamo rivolto qualche domanda per avere una piccola anteprima! 

Secondo te esiste, soprattutto in agricoltura, un’innovazione tecnologica “buona” e una “cattiva”? In che modo si potrebbe introdurre nuove tecniche senza snaturare il mondo rurale?

Capiamoci bene e cerchiamo di distinguere tra il mito dell’innovazione tout court – che il più delle volte è solo propaganda finalizzata a sostenere immaginari, mercati e gruppi di potere che drogano il  progresso in nome di un certo modello di sviluppo – e l’innovazione come necessità evolutiva. In quest’ottica non dovrebbe mai darsi la possibilità di un’innovazione cattiva. Come più volte ho affermato, l’innovazione è sociale, nel senso che risponde a un criterio di necessità e non a quello di utilità e convenienza. Se non migliora lo stato delle cose non è innovazione. Purtroppo negli anni passati, con la cosiddetta “rivoluzione verde”, si è inculcata una mentalità volta a trasformare i contadini da produttori a consumatori. Questo forse ha fatto comodo a produttori di mangimi, fitofarmaci e via dicendo e forse a tutti gli operatori del food system così come lo conosciamo. Nella nostra prospettiva i nuovi media, le tecnologie open source, possono essere di supporto a un nuovo approccio all’agricoltura, che non teme di guardare negli occhi la necessità di avvalersi di tutto il buono delle innovazioni così come la necessità di ritornare a recuperare dal passato pezzi di identità e conoscenza che sono fondamentali per la nostra sopravvivenza, ma che nella corsa verso un certo modello di sviluppo abbiamo perso per strada.

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Che riscontro avete quando vi relazionate con gli agricoltori, che spesso vengono considerati restii alle novità e un po’ chiusi? C’è sensibilità rispetto ai temi che proponete?

In realtà va subito chiarita una cosa: Ruralhub è soprattutto un progetto di ricerca. E secondo un approccio orientato al societing, è un progetto di ricerca che in nessun modo può essere condotto SUI nuovi agricoltori, bensì CON i nuovi agricoltori. Altro che chiusi! Abbiamo notato che sono proprio loro i veri social innovator. Gli unici startupper che riuscissero a portare avanti imprese che fossero economicamente, socialmente ed ecologicamente sostenibili. Quindi è bene dirlo fuori dai denti: qui noi non abbiamo da insegnare nulla a nessuno. Abbiamo solo deciso di mettere insieme competenze marginali (tecnologiche, sociologiche, economiche) per creare una rete che sia di supporto a tutti quelli che decidono di approcciarsi in un certo modo all’agricoltura.  Per il resto abbiamo solo tanto da imparare: i contadini sono il primo anello della produzione, credo che tutti noi tutti vivremmo meglio se ci sforzassimo di capire cosa possiamo imparare da certe scelte e da certe vite. Invece noi uomini bianchi metropolitani normali siamo sempre convinti che il nostro ruolo sia quello di salvare tutte quelle che sono state considerate sino a oggi come devianze o marginalità, magari colonizzando con il nostro punto di vista. Beh, sarebbe ora di capire che  questo punto di vista astratto, aleatorio, questa superstizione è ciò che sta alla base del fallimento del presente! E se stiamo così messi male, forse è anche il momento di rimettere al centro tutte le cose che abbiamo trascurato sinora e chiederci con umiltà cosa possiamo – o meglio riusciamo – a re-imparare. Questo vale per i contadini, ma anche per anziani, profughi, malati e tutte le persone che abbiamo estromesso dalla scena nella corsa verso una modernità fallita.

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Puoi farci un esempio di progetto che avete seguito recentemente e uno di un’iniziativa che avete in cantiere?

Abbiamo incontrato tante comunità e stiamo collezionando esperienze sempre più diverse e affascinanti. Una delle più belle l’abbiamo condotta in maniera molto spartana a San Lupo, una piccola comunità di 800 anime in provincia di Benevento che per anni ha prodotto uno degli oli migliori d’Italia. Ma il tempo passa, i vecchi olivicoltori stanno scomparendo e i giovani vanno via sognando carriere diverse. Contattati dal GAL Titerno, abbiamo deciso di realizzare #OPENCULTIVAR all’interno del nostro programma di ruralità antifragile #smartrurality. Abbiamo scelto venti giovani innovatori del posto tra hacker, studenti, video maker e attivisti locali. Li abbiamo selezionati con una call nazionale in rete e li abbiamo fatti lavorare insieme agli anziani olivicoltori per una sorta di hackaton di tre giorni. Con l’aiuto di esperti e tecnici del settore olivifero, abbiamo cercato di immaginare soluzioni innovative per lo sviluppo della comunità che avessero l’olio come minimo comune denominatore. Devo dire che sono venute fuori soluzioni fantastiche! Fra le iniziative in cantiere, quella che intriga di più è proprio la realizzazione delle fantastiche soluzioni co-generate grazie a #OPENCULTIVAR. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Elio Mendillo, illuminato amministratore delegato del GAL Titerno, e siamo sicuri che faremo grandi cose insieme!

C’è voglia oggi in Italia di investire nel mondo rurale?

Penso di si. Ma non so quanto sia necessario e utile replicare il modello della Silicon Valley in Italia. Abbiamo le nostre biodiversità da tutelare, anche negli approcci. E forse a una startup – ma è questo il nome giusto? – in ambito agroalimentare non serve un acceleratore di impresa, ma forse di un rallentatore, nel senso che ha bisogno dei giusti tempi per radicarsi presso le comunità con cui si relaziona. Molti giovani stanno ritornando alla terra e le  loro scelte rispondono a lecite istanze esistenziali e risolvono problemi di tutta la comunità, lungo tutta la filiera ambiente-alimentazione-salute-economia. Quindi, oltre che di investire credo è necessario anche parlare di come, quando e in che modo misurare gli impatti sociali e ambientali del loro agire. E da qualche parte dobbiamo anche dar loro il merito di ciò che stanno facendo.

Qual è il tuo parere riguardo al progetto Destinazione Umana e al nuovo modello che propone: un viaggio non più in cerca di luoghi da visitare, ma di persone da conoscere?

Siamo qui perché sentiamo di essere compagni di viaggio. Nello spiazzamento del continuo mutare della contemporaneità siamo tutti stranieri e anche quando ci sembra aver perso ogni riferimento,  l’unico viaggio che ci sembra sensato da percorrere è quello che una moltitudine di noi, con modalità e colori diversi, sta cercando di fare. Quello verso una destinazione umana.

 

Per conoscere Alex Giordano, ti aspettiamo questo weekend a Bologna. Acquista il biglietto.

Intervista di Francesco Bevilacqua.

Silvia è uno spirito creativo e inquieto, alla continua ricerca di tutto ciò che è colorato, scintillante e vivo. La troverete sempre circondata da idee, dolci, vestiti, pennarelli, esseri umani. Da buon capricorno è concreta e legata alla terra, ma lo spirito…beh, quello aspira sempre molto in alto, alla ricerca delle energie positive che muovono il mondo. È l’apripista di Destinazione Umana e ogni volta che annuncia di aver avuto una nuova idea, un brivido di meravigliosa curiosità corre lungo la schiena di tutto il team, perché una cosa è certa: se Silvia dice che una cosa verrà fatta, quella cosa VERRÁ FATTA.