#libridaDU: Good company

Good company è il racconto di un esperimento sociologico che inizia in modo non proprio accademico: “Una notte dell’autunno del ’73 stavo bevendo birra insieme ad alcuni vagabondi in un meleto…”. Forse, più che la relazione scientifica di una ricerca, è una stupenda avventura in un mondo di grandi difficoltà, ma anche di grandi libertà, senza legami e senza obblighi, a zonzo per la sconfinata America in cerca di fortuna.

Douglas Harper è un professore dell’Università di Pittsburgh ed è un grande sostenitore della sociologia visuale, ovvero l’osservazione diretta del suo oggetto di studio. E allora, dimostrando notevole pelo sullo stomaco, alcune decine di anni fa, durante i favolosi Settanta, svestì giacca e cravatta e indossò un cappotto sudicio per cominciare a viaggiare insieme ai vagabondi americani, i tramps, salendo sui treni in corsa, dormendo in accampamenti di fortuna e raccogliendo mele per guadagnare qualche soldo.

Leggendo Good company non si ha la sensazione di trovarsi in mezzo a uno studio sociologico, ma piuttosto si respira l’aria fresca dell’America settentrionale che si prepara alla raccolta delle mele e che catalizza senza tetto da tutto il paese. Si imparano i trucchi per sopravvivere nel duro mondo della strada, si avverte la sensazione di calore trasmessa forse dal fuoco che arde in un vecchio barile, forse dalle birre trangugiate nella sera, forse dai discorsi che trasformano un compagno di viaggio appena conosciuto nell’amico di una vita.

Alla fine della lettura, quello che resta non sono le nozioni di etnografia da riportare a un noioso professore, seduto a una noiosa cattedra, durante una noiosa lezione. Sono l’elettricità della corsa lungo i binari per saltare sul treno prima che scompaia all’orizzonte, l’adrenalina delle zuffe per accaparrarsi un pasto caldo o il sudore freddo che scende dalla fronte durante le estenuanti giornate di lavoro a cogliere mele dagli alberi dello stato di Washington. Insomma, sono sensazioni vive ed eccitanti!